11.04.09

Ritardo

Pubblicato su Attualità a 23:41 di dannella

Pare che a Toronto tutti i bambini abbiano deciso di nascere oggi.
Con urgenza.

Sono in coda, aspettando il loro turno.

11.02.09

Dopodomani

Pubblicato su Attualità, Figli, Sentimenti a 11:18 di dannella

E finalmente arriva. Mercoledì.
Mercoledì è il giorno programmato dai medici per il parto cesareo, il giorno in cui verrà al mondo questa nuova creaturina, questa bimba, figlia di mia figlia.
Ho sempre sentito un forte legame fra le donne della mia famiglia, e ora provo già un enorme affetto per questa bimba che ancora non conosco, un’emozione diversa quando penso a lei. Forse il fatto di sapere esattamente il giorno in cui nascerà fa la differenza, in un certo senso. Di solito si sa “più o meno” la data del parto, che essendo un evento naturale è passibile di modifiche dell’ultimo minuto. Infatti Ian, il fratellino, è nato dieci giorni in anticipo sulla data presunta. E anche i miei figli non hanno voluto compiacere le previsioni dei medici, ma si sono fatti i comodi loro, decidendo di nascere quando meglio gli pareva.
Invece per questa bimba i giochi sono stati decisi dagli altri, dai medici, dagli “adulti” che al di fuori del suo mondo liquido, protetto e sicuro, hanno deciso per lei.
Non si sa ancora il suo nome, mia figlia e mio genero se lo sono tenuto per sé e ce lo comunicheranno solo a giochi fatti. Fanno bene, sono d’accordo con loro, che almeno questo appartenga solo a loro, ai loro desideri, e che siano liberi di decidere senza interferenze di altri che sempre credono di sapere cosa sia giusto e migliore per gli altri. Così una volta deciso il nome, non si possa dire né fare nulla se non accettarlo così com’è.
Non so nemmeno come sarà questa bimba, ma posso facilmente immaginarlo, perché da due genitori tipicamente mediterranei non può certo nascere una bellezza nordica, eterea e diafana. Sarà come mia figlia da piccola, capelli neri, occhi scuri, carnagione non troppo pallida. Cicciotta forse. Bellissima di sicuro.
Ed è mia nipote. Figlia di mia figlia. Sangue del mio sangue in un certo senso. Avrà in sé anche i miei geni, un po’ del mio DNA, e di quello di mia madre, e di sua madre prima di lei, e di tutte le donne della mia famiglia. Una piccola donna che sta per venire al mondo.
Benvenuta, piccola mia!

10.28.09

Un abbraccio

Pubblicato su Attualità, Sentimenti a 23:55 di dannella

Ieri sera Mary mi ha abbracciato.
Eravamo in cucina, stavo rigovernando dopo averla fatta cenare, e si stava parlando di questo e di quello. Io ero in piedi con la schiena appoggiata alla cucina rivolta verso di lei, quando lei all’improvviso mi si è avvicinata e si è appoggiata con la schiena contro di me, afferrando nel contempo le mie braccia e avvolgendosi dentro. Un abbraccio cercato, voluto, spontaneo, che mi ha sorpreso e felicitato.
L’ho stretta, ho avvicinato la mia testa alla sua, le ho fatto sentire il mio calore non solo fisico, e siamo rimaste così un po’. Poi lei si è girata, petto contro petto, sempre abbracciandomi e si è stretta ancora di più a me, appoggiando la testa sul mio petto. Le ho accarezzato i capelli e le ho detto “andiamo sul divano a farci le coccole?”
Ha risposto di sì, così ci siamo sedute sul divano, lei con una coperta a coprirsi le gambe e i piedi nudi, la testa appoggiata alla mia spalla. Stiamo rimaste lì ancora un po’ a parlare, tranquille, lei mi ha fatto il gioco delle domande: cosa ti piace mangiare, qual’è il tuo colore preferito, preferisci i cani o i gatti, e cose così. Poi è arrivato il padre e io me ne sono andata, portando con me il calore di quel suo abbraccio.

10.27.09

Scudo

Pubblicato su Attualità a 11:15 di dannella

scudo

10.26.09

L’italiano

Pubblicato su Attualità a 23:20 di dannella

Nel giro di pochi giorni ho avuto modo di seguire ben due trasmissioni sul tema della difesa della lingua italiana in Svizzera.
Entrambe le trasmissioni, con illustri ospiti, manifestavano la preoccupazione, condivisa da molti, per la non troppo lontana scomparsa dell’italiano come idioma. Un pensiero che più di una volta mi ha sfiorato, pensando che la nostra bellissima lingua è parlata sono nel nostro Paese e in una piccola parte della Svizzera.
Nell’università di Lugano c’è l’ “Istituto di studi italiani” diretto dal professor Carlo Ossola. L’Istituto nasce nell’unica università italofona fuori d’Italia, con l’intento di rafforzarne l’impegno nell’ambito della lingua, letteratura e civiltà italiana. Nell’anno accademico 2007-2008 l´Istituto di studi italiani ha avviato un Master (Laurea specialistica biennale) in Letteratura e civiltà italiana, convocando dalla Svizzera, dall’Italia e dall’Europa docenti che incarnino essi stessi – nel loro percorso di ricerca – la parabola, sempre viva, di «una lingua dolce e sapida, fatta di suoni di solidarietà» (Mandelstam).
Ma non solo a Lugano si studia la Letteratura e la Cultura italiana, anche a Coira, a Zurigo, e Friborgo e Losanna si contendono i migliori accademici.
Il Professor Ossola, intervistato durante una di queste trasmissioni, lamentava il calo costante di iscritti a questi corsi, sostenendo che se si proseguirà su questa strada purtroppo fra pochi anni non ci saranno più non solo corsi di laurea italiani, ma nemmeno posti per insegnanti di tale materia.
Purtroppo anche in Svizzera, come altrove, si preferisce dare la preferenza all’inglese come prima lingua, ritenendo questo idioma assai importante per i rapporti di lavoro, di relazioni, anche all’interno del paese stesso. Poi le altre due lingue nazionali, il tedesco e il francese, e infine, come ultima ruota del carro, ecco la nostra bellissima lingua.
Ora, che non ci si preoccupi della scomparsa dell’italiano nel nostro Paese, è triste, anzi tristissimo, ma colpisce in modo particolare la preoccupazione di un paese dove in fondo questa lingua è parlata proprio da una minoranza, come dire da noi la Toscana e un pezzetto di Umbria, tò.
Già ci si accorge di come la nostra lingua è sopraffatta da inglesismi e ignoranza abissale, storture e sgrammaticature tollerate per “quieto vivere”, per stanca abitudine, per bieca consuetudine. E lo spaventoso disinteresse per la Cultura non fa altro che far precipitare verso il baratro della lenta (ma nemmeno poi tanto…) scomparsa della lingua italiana dalla faccia della terra. Rimarrà un ibrido di italiano e inglesismi, di modi di dire, di frasi fatte e nuovi neologismi, di burocratese e “televisionese”, il futuro destino della parlata italiana.

10.21.09

Mary Poppins

Pubblicato su Attualità, Lavoro, Racconti a 22:05 di dannella

Ormai da un mesetto mi occupo di questa bambina, che chiamerò Mary per evidenti problemi di discrezione. Mary ha vissuto fino allo scorso anno in Italia con la madre. Ora è stata affidata al padre e alla sua compagna, che vivono fuori Lugano. Loro lavorano entrambi, lei in ufficio e fa i turni e in certe settimane lavora fino a tarda sera, il padre in uno studio medico-fisioterapico, e anche lui finisce sempre intorno alle 20.
Mary frequenta la prima media, e qui le scuole sono a tempo pieno tutti i giorni salvo il mercoledì, quando hanno il pomeriggio libero. Il sabato niente scuola. La sua scuola è in un altro paese, così all’uscita dalle lezioni lei prende la corriera scolastica fino ad un paese intermedio dove c’è lo studio medico di suo padre. Io la recupero lì e la porto a casa, le preparo una leggera merenda, verifico con lei gli eventuali compiti, e nel caso l’aiuto a studiare o a fare qualche ricerca. Se non ha nulla da fare per il giorno dopo, cosa che succede molto spesso dato che qui non danno quasi compiti a casa, ci inventiamo qualche gioco o passatempo.
Verso le 18.30 la mando a lavarsi, e intanto le riscaldo la cena che la vice-mamma le ha già preparato. Dopo cena, aspettando il rientro del padre, ci guardiamo un po’ di televisione insieme. Il padre è un fanatico di tecnologia e ha in casa praticamente una sala cinematografica. Ovviamente abbonamenti a Disney Channel e simili, così sono questi i programmi che la signorina mi costringe a guardare…!
Mary ha un bel carattere, considerando la sua storia non tanto facile fino a qui; sorride sempre, non se la prende nemmeno quando la si sgrida, e ne prende di sgridate…. anche da me quando occorre! Ha il riso facile, e basta un niente a farla ridere. Ha due occhi splendidi, azzurri come il mare più profondo, e il contrasto con i capelli neri è forte. Diventerà una splendida ragazza crescendo, e prevedo già una lunga fila di spasimanti alla sua porta.
Le piace molto ballare, è anche molto brava, lo devo ammettere. Sa muoversi con grazia e armoniosamente, tenere il tempo, e naturalmente adora Michael Jackson e la disco-music. Ora si è iscritta ad un corso di hip-hop, così il giovedì dopo la merenda devo accompagnarla a lezione, alla quale assisto con piacere prima di riportarla a casa. L’insegnante è severa ma ci sa fare, ed è bello vedere tutte quelle bambine saltellare a tempo di musica, con quelle movenze ritmiche quasi ginniche. Sono davvero brave!
Un po’ meno brava Mary lo è nello studio. Non sa concentrarsi, non ha pazienza, anche quando tento di spiegarle qualcosa che non capisce lei sfugge via, dice “ah sì” come se avesse capito ma non ha capito affatto, e subito dopo sbaglia nuovamente. E’ pasticciona, cancella e riscrive dove ha sbagliato rendendo illeggibile ciò che ha appena corretto. La matematica è un disastro, il francese (che qui gli altri ragazzi studiano dalle elementari) per lei è come arabo o cinese, in italiano va un po’ meglio ma non si può dire che sia il suo forte. Sarà anche il metodo scolastico diverso, ma credo che molto dipenda anche da quanto poco è stata seguita negli anni passati.
Per me è un po’ difficoltoso aiutarla, perché sono anni che non apro un libro di scuola, e certe cose sono ormai più che dimenticate. La scuola è anche andata avanti, molte cose sono cambiate, e io non mi ci ritrovo più. Mi sapete spiegare per esempio dove è sparito il segno X della moltiplicazione? Per quale cavolo di motivo ora si usa un punto al suo posto?
In questi giorni siamo alle prese con le equivalenze: chili, grammi, metri e chilometri, decilitri e decalitri, e via dicendo. Ma chi se li ricordava più i decagrammi? quando mai si usano? o i decimillilitri, che quasi non so come si scrivono? Mah….
A parte questo però mi piace occuparmi di Mary. Mi piace questa bambina, e credo di piacere a lei. Andiamo d’accordo, lei sa che con me può scherzare e giocare, ma che quando divento seria mi deve ubbidire. I suoi pretendono da me fermezza e polso, e anche se non è proprio il mio metodo educativo mi adeguo. In fondo per me è lavoro, cosa che mi ripeto continuamente per non farmi troppo coinvolgere. Mi conosco, e so che se “entro dentro” troppo poi finisco nei guai con me stessa. Devo sempre ricordarmi che non è mia figlia, che non è mia responsabilità educarla, ma solo fare quanto mi viene chiesto. Finite le mie ore, torno ad essere chi sono e di lei mi scordo fino al giorno dopo.

10.15.09

Elogio di un mito Svizzero

Pubblicato su Attualità a 09:40 di dannella

pelapatate

Nel 1947 a Zurigo venne inventato il pelapatate Rex da Alfred Neweczerzal (1899-1958), originario di Davos. Il pelapatate Rex è un’esile utensile da cucina diventato un’icona del design svizzero, ma al contempo di estrema praticità per pelare patate come dice il nome, o anche le carote per esempio, o le mele. Fino ad oggi è stato infatti prodotto in 60 milioni di esemplari dalla ditta Zena AG di Affoltern am Albis, a pochi chilometri da Zurigo. La Zena AG è stata fondata l’anno successivo la nascita di quest’invenzione sottile dallo stesso Alfred Neweczerzal: apprendistato interrotto come elettromeccanico alla fabbica Oerlikon e dal 1925 via, commesso viaggiatore indipendente.
Questo oggetto a forma di U in alluminio, di regale semplicità, quest’umile pelapatate con il nome da re romano, transatlantico, dinosauro, cinema, oltre all’austera forma lineare già indizio di bellezza di per sé anche se non servisse a niente, va detto subito: funziona benissimo.
Innanzitutto il pelapatate Rex lo si tiene in mano con rara facilità, pesa pochi grammi e soprattutto possiede poco prima della mobile lama orizzontale 2 ulteriori piccole U laterali per pollice e indice. Questa felice e quasi impercettibile identificazione tra essere umano e oggetto, più la mobilità della lama, permettono così di seguire con esattezza la buccia della patata, sbucciandola in modo deciso, ma senza sforzo alcuno.
In lingua originale il pelapatate Rex si chiama Sparschäler Rex: Spar significa infatti risparmio e schäler è l’oggetto per pelare o sbucciare che dir si voglia. Tradotto in inglese come economy peeler Rex. Perciò l’economia o il risparmio del pelapatate Rex non è solo riguardo al prezzo, ma è connesso appunto a questo suo agile funzionamento che risparmia forza e energia. Economico due volte, perché oggi il pelapatate Rex viene venduto a meno di 2 franchi (poco più di 1 euro). E al contempo il pelapatate Rex Mod. Int. 11 002 è un pezzo di design; forse il meno caro al mondo. Come l’orologio delle stazioni ferroviarie svizzere e una poltrona di Le Corbusier, il nostro pelapatate spartano nel 2004 viene rappresentato sul francobollo da 15 centesimi della serie di francobolli sul design svizzero, mentre nel 2008 entra anch’esso come l’orologio ferroviario nella mostra luganese “Enigma Helvetia”.
Oggi dalla Zena AG escono 2 milioni di pelapatate all’anno, contando anche il modello chiamato Star in acciaio e i pezzi placcato in oro che vendono al Globus. Ma senza contare chiaramente tutte le imitazioni, tra queste una curiosa versione ufficiale con lama Victorinox. E la dice lunga il fatto che il mito del multiuso s’inchina davanti alla devastante semplicità di questo oggetto dal disegno assolutamente minimale, ma con una funzionalità massima. Ma soprattutto a differenza del coltellino svizzero, con una sola funzione, ma eseguita come nessun altro utensile.
Oggettivamente penso che pelare patate, attività da sempre al limite del punitivo, attraverso il pelapatate Rex si ribalta con grazia in privilegio.

10.12.09

Autunno

Pubblicato su Attualità, Figli, Sentimenti a 20:39 di dannella

Sono un po’ di giorni che mi sento triste. Sarà l’autunno incombente che, al di là delle belle giornate di sole e cieli azzurri, porta nell’aria quel senso di malinconia e nostalgia che sempre lo accompagna. Sarà che fra poche settimane arriverà una nuova creatura ma io non la posso vedere, né far parte della sua vita. Penso sia questo soprattutto che mi rattrista.
Perché ho questo dolore dentro di me ogni volta che ci penso, che penso a “loro” così lontani, al di là dell’oceano a più di 9mila chilometri di distanza.
Perché non ho una consuetudine con il mio nipotino che viene dal frequentarsi con una certa assiduità, non c’è e non ci sarà mai quella confidenza che solo l’essersi presi cura uno dell’altro non dico giorno dopo giorno, ma almeno settimana dopo settimana, porta con sé.
Per mia natura non sono mai stata invidiosa di altri, non ho mai invidiato chi ha avuto più di me, né beni materiali o fisici né fortuna o ricchezza. Però sono gelosa, questo sì. Lo sono stata del mio ex-marito, lo sono stata dei miei figli, e ora lo sono nei confronti degli altri nonni. Quei nonni che vivono a poche centinaia di metri da lui, che lo possono vedere quando vogliono, e che, loro sì, possono costruire un rapporto con lui.
Quei nonni dai quali lui ogni tanto si ferma anche a dormire, da solo senza mamma senza papà, nella cui casa si muove a suo agio come fosse la propria, dove tiene dei giochi che sono “suoi” e che ritrova facilmente ogni volta che ci torna. Da me non è mai stato da solo, e anche quando c’è sua mamma non è che con me ha una confidenza speciale. Ora non vuole nemmeno più venire al telefono a parlare con me, ha ben altro da fare, lui!
E ora arriva questa bimba. Quando la vedrò? Quando potrò tenerla fra le braccia, guardarla negli occhi, sentire il suo profumo, carezzarle i capelli sottili e morbidi? E quando succederà, per quanto tempo? Prima che venga strappata via di nuovo dalle mie braccia e dal mio cuore? Lasciandomelo spezzato una volta di più?

10.10.09

Destino crudele

Pubblicato su Attualità, Racconti, Ricordi, Sentimenti a 10:06 di dannella

La vita a volte può essere molto crudele.

Ho sempre amato molto la natura, la campagna, e non ho mai sopportato di vivere in una grande metropoli come Milano. Dopo i primi anni di matrimonio trascorsi in codesta città, abbiamo trovato una casetta con giardino in Brianza, a quei tempi ad una ventina di minuti di auto da MIlano. Era una piccola casetta, ma allora avevamo solo una bambina e un gatto, e ci bastava. Poi la famiglia è cresciuta, e abbiamo cambiato un paio di case ma restando sempre in campagna.
Carimate, il paese, era molto piacevole per vivere, ancora a dimensione umana, con un centro dominato da un castello che, se pur rifatto nel tempo, dava comunque un che di importanza storica e artistica. Di fianco le vecchie scuderie sono state rifatte creando uno spazio con negozi e piazzette dove si tengono mercatini di antiquariato e altro. Una parte del parco del castello è divenuto un campo da golf a 18 buche, e tutta un’ampia zona agricola intorno al paese negli anni ‘60 era stata lottizzata creando zone residenziali con ville e ampi giardini, inizialmente pensata per milanesi che volevano vivere fuori città. I cittadini autoctoni del paese si erano riciclati in giardinieri gli uomini, e in colf le loro mogli, prestando servizio presso “i signori delle ville” come erano (o eravamo) chiamati coloro che appunto vivevano nelle zone residenziali.
Il paese era dotato di una scuola materna gestita ancora da suore, con il prete che ogni mattina dopo la prima messa partiva con un vecchio pulmino volkswagen per raccogliere i bambini sulle soglie delle loro abitazioni e portarli all’asilo, ripetendo la cosa in senso inverso alle sedici. Per le scuole elementare e medie invece il pulmino era gestito direttamente dal Comune. La zona residenziale era molto vasta, e c’era pure una zona del paese distaccata, al di là della ferrovia, così questo servizio era molto utile a molte famiglie, che non potevano portare direttamente i figli a scuola.
Tutto sommato un bel luogo dove crescere i propri figli, tranquillo, senza criminalità, senza droga (almeno gli anni in cui ci ho vissuto io), forse un po’ troppo “campana di vetro” se vogliamo. Infatti il mio ex diceva sempre che quella che vivevano i nostri figli tutto sommato non era la vita reale.
Appena fuori dai confini di quel paese però ci si trovava immersi in una frenesia che andava aumentando di anno in anno. Ormai per andare a MIlano ci si impiegava anche un’ora e mezza, a seconda degli orari, e la maggior parte di questo tempo lo si trascorreva fermi in coda. Anche con il treno le cose non andavano meglio, convogli di pochi vagoni, sempre strapieni, spesso si era costretti a viaggiare in piedi per tutto il tragitto. Per andare al supermercato, o alla città vicina per spese o altri impegni, si doveva calcolare il tragitto e l’orario con accuratezza, per non restare imbottigliati nel traffico di camion e automobili, impressionante in quella zona a così alta densità, circondati da fabbriche di mobili e altre industrie.

Così io avevo nel cuore e nei miei sogni sempre e comunque la Toscana, un luogo dove immaginavo la vita fosse più a misura d’uomo. Spesso se ne parlava, e quando lui era insoddisfatto del lavoro, delle sue relazioni, della sua vita in generale, io tiravo fuori questo discorso del trasferirci in Toscana. Una volta ci andammo vicini. Per il suo lavoro avevamo conosciuto una coppia di Roma, più giovani di noi e senza figli, ma con i quali avevamo piuttosto legato. Questi avevano preso in affitto un piccolo casale nella maremma grossetana, dalle parti di Marciana se non ricordo male, e durante un ponte primaverile eravamo andati a trovarli con tutta la famiglia, per qualche giorno. R. in quel periodo era veramente in una fase di cambiamento di lavoro, e forse era pronto anche per un cambiamento di vita. Così si interessò molto alla zona, con questi amici andammo a parlare con un loro conoscente che aveva abbandonato la città e il suo lavoro per riciclarsi come proprietario terriero. Ricordo che R. parlò a lungo con lui su allevamento bestiame, coltivazioni, aiuti comunitari ecc. Questo tipo ci fece parlare con un abitante del luogo che aveva una casa con terreno in vendita, insomma le premesse per un cambiamento c’erano tutte.
Ma una volta tornati a casa R. decise che non era cosa. Disse che lui non si sentiva tagliato per una vita da proprietario terriero, che non sapeva nulla di mucche e coltivazioni, che in quei luoghi si sarebbe sentito troppo isolato, tagliato fuori dalla vita vera. Aveva ragione, naturalmente, lì era veramente aperta campagna e se non eri interessato ad avviare un’impresa agricola non aveva senso vivere lì, soprattutto con tre figli due dei quali in età quasi di liceo.
Però la Toscana non è solo maremma. Perché non pensare ad un luogo più vicino al nord, come Lucca, o Siena, o Pistoia… o tante altre bellissime città, con dintorni meravigliosi e non così persi in mezzo al nulla come la maremma? E perché pensare di dover per forza trasformarsi in allevatore di bestiame? Si possono fare molti lavori in Toscana, compreso il proprio.
No, niente da fare. Restammo a Carimate, e il sesto è storia vecchia.

Ora vengo a sapere che R. e la sua attuale compagna, donna in carriera con ben due lauree come lui non manca mai di farmi notare, a me che ho fatto “solo” le scuole professionali, si sono comprati una casa a Pietrasanta dove pensano di trasferirsi nel giro di un anno, tenendo a Milano solo un pied-à-terre.

Se non è amarezza questa…

10.04.09

La felicità è un’utopia?

Pubblicato su Attualità, Figli, Generale, Sentimenti a 15:27 di dannella

Da un po’ di tempo mi capita di svegliarmi verso le quattro di mattina, e non riuscire a riprendere sonno se non dopo un paio d’ore. Così in quel frattempo, penso.
Questa notte pensavo ai miei figli, e alla felicità. Parola grossa, la felicità è cosa di pochi momenti, attimi nei quali vedi realizzare una tua aspettativa, un tuo sogno a lungo cullato. In quei momenti provi un sentimento che si può chiamare gioia, felicità appunto. Ma nel quotidiano lo stato di benessere che ci accompagna quando non abbiamo problemi e pensieri neri, lo chiamerei “serenità”.
Così mi chiedevo questa mattina presto, se i miei figli sono “felici” o perlomeno sereni. Giulia penso proprio di sì, fra un mese nascerà il suo secondo figlio, una bambina. A lungo desiderata e attesa, e con una gravidanza ad alto rischio, penso proprio che lei sia “felice” ora aspettando che passino queste ultime settimane d’attesa. Suo marito Stephen è un artigiano, lavora in proprio costruendo mobili e altri oggetti in legno, e il lavoro non gli manca; si prende cura di Ian e della casa condividendone la fatica con mia figlia in modo esemplare. Il loro bambino è una forza della natura, e non lo dico solo perché è mio nipote…!
Cristina è da poco stata assunta regolarmente nel luogo dove già prestava la sua opera di assistente sociale come libero professionista, così ora guadagna un po’ meno (un po’ tanto meno per la verità…) ma almeno ha tutta una serie di vantaggi che prima non aveva, come le ferie pagate, il periodo di eventuali malattie o gravidanze, rimborsi spese varie, tredicesime, ecc. Anche il suo compagno Andrea è di nuovo tranquillo con il suo lavoro, dopo alcuni mesi di turbolenze e mancati stipendi ora sembra tornato tutto alla normalità o quasi. Tranquillo, gentile e affettuoso, sa dare a mia figlia il sostegno e la cura di cui ha bisogno, dopo che lei ha trascorso una giornata a prendersi cura degli altri sul lavoro. Hanno la loro casa, arredata con amore e nella quale spazio anche il fratello di tanto in tanto, o i loro numerosi amici. Direi che anche loro possono dire di essere “sereni”.
Riccardo… beh, Riccardo ha terminato il secondo stage e ora è a casa disoccupato, ma con la promessa che a novembre potrà iniziare un ulteriore stage sempre nella stessa azienda. Si sperava in un’assunzione, ma ancora non è il momento, a quanto pare. Però sta andando alla grande con la musica, e a lui è questo che interessa sopra ogni cosa. Suona in ben tre gruppi, e sono sempre impegnati fra prove, concerti, registrazioni varie con uno o l’altro di questi gruppi. Ha tutto un suo mondo nel quale noi non entriamo, anche se io mi interesso di questa sua passione e condivido con lui l’amore per la musica. Però ha appena avuto una delusione amorosa, e in questo momento non credo sia molto “felice” né tanto meno “sereno”. Ma sono dolori che passano, strade per le quali deve passare per crescere e trovare finalmente l’altra metà di se stesso. Cosa non facile, lo sappiamo bene.
Così questa mattina mi dicevo che sì, posso pensare che i miei figli siano sereni o felici, secondo i momenti, salvo forse Riccardo che ha ancora da faticare per trovare un suo equilibrio. Ma tutto sommato posso riprendere il mio sonno, che finalmente sento arrivare, e non pensare più a loro. Zzzzzzz…..

Riccardo quando suonaRiccardo quando suona

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