08.28.09
Indignazione
Chi mi segue sa che in genere non parlo di politica nel mio blog. Ma questa volta non posso proprio farne a meno. E’ cronaca degli ultimi tempi per non dire giorni, e la vicenda vede coinvolta sia la Svizzera che l’Italia.
Sto parlando della Libia e del signor Gheddafi.
La prima vicenda risale a più di un anno fa, quando nel mese di luglio dello scorso anno le autorità di polizia ginevrine hanno arrestato Hannibal Gheddafi, figlio del leader libico, e la moglie, in seguito alla denuncia da parte dei due domestici di aver subito violenza da parte dei loro “padroni”. Le autorità, come è giusto che sia, si sono subito attivate, ed hanno arrestato la coppia di libici, anche se ricchi e potenti, per accertamenti.
Come ritorsione il governo libico nella figura del suo signore e padrone Gheddafi, ha preso in ostaggio due cittadini svizzeri, due imprenditori in Libia per lavorare.
Da allora la Libia e la Svizzera sono ai ferri corti. Un anno di trattative, manovre diplomatiche, ritorsioni e minacce, fino a qualche giorno fa, quando di sua iniziativa il presidente della confederazione Svizzera si è recato a Tripoli e ha porto le sue scuse al governo libico. Sollevamento dell’indignazione popolare in Svizzera, giornali che non parlavano d’altro, rischio di dimissioni per il presidente che si è dovuto sottoporre ad un’inchiesta al suo rientro in patria.
Merz ha motivato il suo gesto con motivi umanitari, preoccupato per la sorte dei cittadini svizzeri trattenuti contro la loro volontà in Libia. “Senza le nostre scuse non avremmo potuto sbloccare la situazione” ha dichiarato. Ma qui nessuno gli crede, si sospettano altri interessi molto più venali ed economici dietro tutto ciò: il petrolio che ha ricominciare a defluire nei serbatoi svizzeri, e altre attività economiche fra i due paesi.
Gheddafi ha assicurato che i due cittadini trattenuti in Libia potranno lasciare il paese entro la fine di agosto, ma fino ad oggi nulla si è mosso. Due giorni fa un jet era stato spedito a Tripoli per prelevare gli ostaggi, ma è tornato con solo i loro bagagli. Da Tripoli si fa sapere che gli stessi dovranno tornare come cittadini, con un volo di linea, e non come ostaggi con un volo ufficiale.
Questa la storia. La mia indignazione è per un paese, per un dittatore, (perché tale è Gheddafi), che non accetta la giustizia internazionale, che si eleva al di sopra delle parti, che pretende per sé e la propria famiglia trattamenti di favore anche quando questi ultimi si macchiano di colpe e delitti. E che per ottenere ciò che vuole è disposto al più bieco ricatto, mettendo un’altra nazione con le spalle al muro.
La Svizzera aveva tutte le ragione dalla sua parte: due persone straniere hanno commesso abusi, era giusto arrestarle e verificare le accuse, chiunque loro fossero. Sbagliato porgere ora le scuse, facendo sembrare tutto questo uno sbaglio quando invece era giustizia.
Sappiamo tutti cosa sta accadendo in questi giorni in Libia, la liberazione di quel terrorista Megrahi che scontava l’ergastolo perché responsabile dell’esplosione di Lockerbie in cui morirono 270 persone. Abbiamo visto lo schiaffo morale nei confronti dell’Inghilterra con quell’abbraccio all’aeroporto fra il leader libico e il terrorista liberato.
E ora, ciliegina sulla torta, nessun leader vuole andare alla festa nazionale Libica, tranne il nostro Berlusconi. E ti pareva!
08.21.09
Non c’è più l’Ikea di una volta!
Lo confesso, sono una fan dell’Ikea. Da quando l’ho scoperta mi ci sono tuffata a corpo morto, e da allora in poi in casa mia non è entrato altro oggetto o mobile che non provenisse dagli architetti svedesi. Dopo essermi resa conto che nulla dura una vita, che nulla può essere “per sempre”, tanto meno un matrimonio figuriamoci quindi dei mobili, ho anche capito che a me piace cambiare spesso. La monotonia mi annoia, vedere ogni giorno le stesse cose allo stesso posto…uffa che noia!
Così è anche bello ogni tanto cambiare i mobili di casa, se non la casa proprio, ed ecco un sacco di traslochi e rinnovamenti. Non prendetemi per una sprecona, questo non è da me, so riciclare e ho la cantina piena di cose vecchie che un domani “potrebbero ancora servire”. Però l’Ikea e la sua idea di casa è veramente geniale.
Però… però da un po’ di tempo ho notato dei cambiamenti, e francamente non mi piacciono molto, mi preoccupano un po’. Per esempio non so se avete notato che il catalogo che esce ogni anno e che ad alcuni di noi viene recapitato gratuitamente nella casella della posta, da un paio di anni è diventato più piccolo. Non tanto, solo un po’, quel tanto che basta probabilmente per risparmiare sui costi di produzione. Nell’ultima versione che mi è arrivata da pochi giorni, un gentile allegato invitava i clienti ad esprimere il loro desiderio se ricevere o no in futuro il prossimo catalogo. Perché loro “non vogliono riempirci la casa di cartaccia inutile”. Ammirevole decisione, oserei dire. Ecologica. Salviamo gli alberi. Ma sarà davvero per questo motivo?
Ieri ho acquistato una piccola cassettiera che mi serviva, e oggi malgrado il caldo mi sono accinta a montarla. Adoro montare i mobili dell’Ikea, adoro montare tutto per la verità. Amo il bricolage…
Aperto lo scatolone per prima cosa ho verificato che ci fossero tutti i vari pezzi, soprattutto della minuteria: viti, bulloni, chiodi ecc. Con mia sorpresa ho notato allora che alcune parti, che solitamente trovavo in metallo, ora erano in plastica. Plastica, capite? Eccolo il nuovo risparmio dell’Ikea. E se domani la plastica si rompe? Che faccio io con la mia cassettiera che non conterrà più nulla? Ah Ikea, Ikea, non sei più quella di una volta!
08.09.09
Destino
Sono convinta che siamo noi che ci “scriviamo” la nostra storia, che il nostro destino sia in qualche modo influenzato dalle nostre scelte, dalle nostre decisioni. Se sposarsi con Tizio invece che con Caio, se scegliere una professione invece che un’altra, se decidere di trascorrere le ferie al mare in Liguria invece che alle Maldive, e via dicendo. Così come sono convinta però che ci sia un destino già scritto per ognuno di noi, che qualunque scelta noi si faccia se non è scritto che ci accada quella data cosa, essa non accadrà.
Parecchi anni fa andai con mio marito e i miei figli a fare un viaggio negli Stati Uniti d’America. Era di questo periodo, ricordo, più o meno fine luglio o inizio agosto. La prima tappa fu naturalmente New York. Scendemmo in un albergo particolare, ristrutturato in stile anni ‘50 / ‘60, con mobili dell’epoca e foto di cinema, attori e attrici di quegli anni. Colorato e allegro, alle mie figlie adolescenti piacque moltissimo.
Ci fermammo lì due o tre giorni, cercando di mostrare ai ragazzi il più possibile di quella fantastica e unica città. Ancora un po’ stravolti dal fuso orario, il terzo giorno decidemmo di offrirci un panorama dall’alto della città, e ci recammo all’eliporto per un giro con l’elicottero.
La biglietteria era situata in una sorta di prefabbricato in legno, sulle rive del fiume, gremita di turisti che come noi desideravano provare quell’emozione nuova. Ci accodammo, e in breve fummo circondati da altre decine di persone. Ci dettero dei numeri e avremmo dovuto attendere la chiamata per poter salire sul mezzo che ci era stato destinato. Passò una mezz’ora buona e i nostri numeri erano ancora lontani. Faceva caldo, era pur sempre piena estate, Riccardo ancora piccolo iniziava a lamentarsi dell’attesa, e anche le ragazze cominciavano ad essere impazienti. Ad un certo momento iniziai anch’io a sentirmi mancare l’aria, dentro quel luogo chiuso e affollato, e guardai mio marito con occhi supplichevoli. Lui capì, e disse: “ragazzi, andiamo. Non ne vale la pena. Ci torneremo un’altra volta.”
E così uscimmo da quella calca e decidemmo di fare altro.
Oggi mi domando se anche quella famiglia si sia trovata in una situazione simile, ma abbia “tenuto duro” per poter volare con l’elicottero sopra la magica città e poter ammirare dall’alto i suoi grattacieli e le sue strade, i famosi ponti e la statua della libertà là in fondo, sulla sua isola.
Probabilmente per noi non era scritto, per loro invece sì.
08.04.09
Amarezza
Mi dicono tutti: ma tu sei forte, vedrai, te la caverai anche questa volta!
Ma che ne sanno loro di me? Cosa ne sanno delle mie paure? delle mie angosce? dei dubbi, dell’incertezza, dell’ansia che mi prende la sera e non mi fa dormire?
Cosa ne sanno loro dei pensieri che continuamente mi affollano la mente, cercando invano soluzioni?
Cosa ne sanno di quanto sono stanca di vivere così, senza certezze, con il dubbio di aver sbagliato tutto? Stanca di dover essere sempre forte, di prendermi cura di me stessa, di non lasciarmi mai andare perché “tanto io sono forte”.
Non conoscono le motivazioni delle mie scelte, non sanno veramente come sono fatta. Vedono di me solo ciò che appare ai loro occhi, l’idea che loro si sono fatta di me.
Non sanno i dubbi, i rimorsi, i rimpianti che vivono dentro me e mi avvelenano i giorni. Non sanno delle mie difficoltà ad accettare compromessi, che proprio non ce la faccio a sopportare ciò che non amo, che ho bisogno del bello intorno a me, che posso fare sacrifici e rinunce ma non posso assolutamente rinunciare a me stessa.
Allora, perché non stanno zitti, una volta tanto? Se proprio vogliono dire qualcosa, mi dicano “mi dispiace”, “ti sono vicino”, “posso fare qualcosa per te?”. Ma non mi dicano più “tu sei forte”.