07.26.09
Cosa non si fa per i figli!
Mi telefona lunedì scorso, chiedendo probabile ospitalità per la notte di sabato, dovendosi recare ad una serata di concerti black-metal a Porlezza, la cittadina della già citata Piera. Non sapendo se nella casa dove avrebbero dormito i suoi amici ci sarebbe stato posto anche per lui, voleva sapere se avrebbe potuto venire a dormire qua da mamma. Naturalmente gli ho detto di sì, felice di vederlo, anche se di sfuggita.
Mi richiama giovedì dicendo che probabilmente non ce ne sarà bisogno, che verrà a trovarmi un’altra volta, magari la prossima domenica. Abbozzo, dico va bene figliolo, fai come credi, se ti arrangi così va bene anche per me.
Ma venerdì richiama, scusa mamma, lo so che ti rompo, ma c’è un nuovo cambiamento di programma. Devo aspettare il mio amico da Roma, viene anche lui, e poi giù tutta una spiegazione complicata e incomprensibile sul perché aveva di nuovo bisogno (forse) di dormire da me.
- Va bene Riccardo, non c’è problema, vieni solo a prendere le chiavi visto che farete tardi. Ma si ferma anche il tuo amico a dormire qua? Preparo il letto anche per lui? -
Non credo, mamma, ma ti farò sapere. Sì, vengo su con lui appena arriva a Milano, per prendere le chiavi, ti faccio sapere se arriviamo per pranzo o dopo, nel primo pomeriggio.
Così io mi organizzo, sabato andato, se lo devo aspettare fra le 12 e diciamo le 15, giornata persa. Pazienza, mio figlio vale questo ed altro. Tanto, se farà caldo come prevedono, di pomeriggio mi rintano in casa al fresco e non esco di sicuro. Ho sempre qualcosa da fare in casa, il tempo passa comunque.
La sera di venerdì furioso temporale, per circa un’ora pioggia come la buttassero giù a secchi, chiudere di corsa tutte le finestre, mettere in salvo i fiori sul balcone, tranquillizzare i gatti spaventati dai tuoni e dal vento. Dopo un’ora, un bel fresco che non sembrava nemmeno luglio.
La mattina di sabato mi accoglie una giornata limpida, le nubi spazzate via da un freddo vento da nord, che ha lasciato un cielo limpido con il sole e l’aria fresca. Giornata ideale per andarsene a prendere il sole da qualche parte. Infatti mi telefona mia cugina proponendomi una gita sul fiume, un luogo splendido e nascosto dove si può prendere il sole tranquilli, rinfrescandosi nelle acque fredde del torrente.
Niente da fare, le dico, sono bloccata qua perché aspetto Riccardo, non so bene a che ora arriverà e quindi non posso fare programmi. Pazienza, sarà per un’altra volta.
Ore 15, finalmente mio figlio e il suo amico arrivano, affamati e accaldati. Mi raccontano della perquisizione subita in dogana, sembra impossibile ma se passa con poniamo sua sorella al fianco, non lo degnano di uno sguardo, ma se è solo o peggio in compagnia di un suo amico-compagno similare, gli smontano la macchina in cerca di chissà che. Capelli lunghi, talvolta barba incolta, collane e bracciali appuntiti o con strani simboli, vestiti neri, magari tatuaggi e orecchini, per la serie facciamoci influenzare dall’aspetto delle persone…è sicuro che gli smontano la macchina!
Ad ogni modo si erano portati appresso pizza e birra, e dopo il caffè e una sigaretta, prese le chiavi famose sono ripartiti alla volta della loro meta musicale. Farò tardi mamma, non so se ci vedremo, e domattina mi alzerò presto per raggiungere gli altri, vogliamo poi fare una gita in montagna. No, Fabrizio non viene a dormire qua, solo io. Ciao mamma.
La sera gli preparo la camera, il letto pronto con lenzuola fresche di bucato, il pigiama e un asciugamano pulito pronti, lo spazzolino da denti che tengo per lui (che si dimentica sempre di portarselo dietro) e il rasoio caso mai gli servisse, sulla mensola del bagno, gli lascio anche la luce sul comodino accesa così che non inciampi nel buio rincasando, magari dopo anche aver bevuto qualche birra di troppo.
Da tempo ormai il mio sonno non è più quello di un tempo, tranquillo e tutto filato fino al mattino. Mi sveglio parecchie volte durante la notte, e questa notte ogni volta pensavo “chissà se è già rientrato”. Non sono mai stata una mamma ansiosa, non ho mai aspettato i miei figli alzata ai tempi in cui vivevano con me e la sera uscivano con gli amici, consapevole che la mia eventuale forzata insonnia non li avrebbe comunque protetti da incidenti o altro. Ma ora non sono più abituata ad avere qualcuno che deve rientrare la notte dopo che io sono già andata a dormire, e così questa notte ero un po’ in ansia.
Verso le 4 del mattino mi sveglio per andare in bagno, e uscendo dalla mia camera mi pare di vedere la porta dell’altra camera chiusa, così penso “è rientrato” e sollevata me ne torno a dormire.
Stamani vengo svegliata nuovamente alle sei e mezza, sento prima l’ascensore (piuttosto rumoroso…) e poi il rumore della porta, ma non collego le due cose e penso sia lui che stia uscendo di casa. Invece entra in camera mia, ciao Riccardo, lo saluto, ciao mamma fa lui sottovoce avvicinandosi volevo tranquillizzarti, non sono venuto qua a dormire stanotte, avevo bevuto un po’ troppo e alla fine c’era un posto anche per me, così sono rimasto a dormire là.
- Ah bene! – faccio io assonnata – ma perché allora sei tornato qua?
Per avvisarti, che se stamattina vedevi il letto intatto magari ti spaventavi… e per riportarti le chiavi. Ora vado, raggiungo gli altri.
- Grazie, sei stato premuroso. Vai allora, buona domenica. – e mi rimetto a dormire, tentando di riprendere il sonno interrotto. Ma dieci minuti dopo sento suonare il citofono: chi è? – sono io mamma, scusami ma ho dimenticato di prendere le bottiglie di vino che ho lasciato qui ieri… mi puoi aprire?
Apro, torno a letto, mi riaddormento… sarà finita? Meno male che oggi è domenica, così recupero la nottataccia! Cuore di mamma!
07.25.09
Bertolt Brecht
Leggendo un fumetto (e sì, alla mia età leggo ancora i fumetti, e con grande piacere!) ho trovato questo riferimento ad uno scritto di Bertolt Brecht, che riporto in quanto, pur riferendosi al periodo nazista, lo ritengo ancora dannatamente attuale, purtroppo!
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubavano;
poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici;
poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché erano fastidiosi;
poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto più nessuno a protestare!”
07.24.09
Marmellate
Da tempo mi sono abituata a mangiare le marmellate con poco o punto zucchero, e quelle che trovo in commercio normalmente non mi piacciono più. Così ho ritrovato il piacere di farle da me, acquistando la frutta ora che è di stagione.
Mi riscopro così casalinga, grembiule e mestolo, pentolone e vasetti di vetro da sterilizzare… cose che non facevo più da anni. Ricordo quando le marmellate le faceva mamma, e noi bambini andavamo nel bosco a raccogliere i mirtilli o i lamponi… ora quella frutta è al di fuori della mia portata, ma pesche, albicocche, susine, e più avanti fichi e prugne sono tutte mie.
E poi… che buone le mie marmellate!!!
40 anni fa
Uno dei vantaggi ad avere la mia età, è che io posso dire che quel 20 luglio 1969 io c’ero. Ero là anch’io come tanti, davanti ad uno schermo televisivo, naso all’aria, occhi sgranati e bocca aperta dallo stupore, ad osservare degli omuncoli imbottiti come il più famoso omino della Michelin, scendere faticosamente da una buffa scaletta di ferro su un suolo all’apparenza polveroso, fare qualche saltello più in là e infine piantare nel suolo una bandiera che sembrava rigidamente inamidata. Strani suoni e rumori gracchianti provenivano dallo schermo, dicevano fossero parole ma sembravano scariche elettriche come durante un temporale.

Eravamo in vacanza in campeggio, precisamente vicino Castiglione della Pescaia, con la mia famiglia e quella dei miei zii di Basilea. All’epoca disponevamo solo di una tenda famigliare, e così gli zii, quindi non avendo televisione con noi ci eravamo recati a Castiglione in un bar del centro, in mezzo a tanti altri avventori che come noi non volevano perdersi lo spettacolare evento.
Ricordo che con mamma e zia ci eravamo fatte un giro per negozi, aspettando l’ora fatidica, lasciando gli uomini alle loro chiacchiere da “bar sport” o altro. Gli zii avevano quattro figli in tutto, due di lei due di lui. Lui, Otti, era il secondo marito di Narcisa, e io e i miei fratelli l’adoravamo. Era sempre allegro, simpaticissimo, buffone anzi direi, e con li ci si divertiva sempre. Parlava italiano con un forte e buffo accento tedesco, ma questo non gli impediva di comunicare con chiunque gli capitasse a tiro. Nella sua vita aveva fatto mille mestieri, e uno in particolare colpiva la nostra fantasia: per anni aveva girato il mondo vestendo i panni di un clown sui pattini con lo spettacolo itinerante di Holidays on Ice. In seguito, stanco di tanto viaggiare per il mondo, si era fermato a Basilea trasformando la sua passione per il calcio e lo sport in generale in una professione, diventando cronista sportivo, commentando le partite della squadra di calcio locale alla radio.
Ogni estate, per qualche anno, nel mese di luglio ci ritrovavamo in quel campeggio per le nostre tre settimane di ferie. Mettevamo le due tende vicine in un grande spiazzo sotto i pini, trasformando la zona in una “riserva svizzera”. Si cucinava insieme, e papà e Otti a pranzo si scolavano sempre un bel fiaschetto di vino, finendo poi entrambi sdraiati sotto un pino a smaltirlo con corollario di rumori e russamenti vari.
I due figli di Otti non sempre venivano con lui, ma i miei cugini invece sì, ed erano i miei cavalieri per tutta la vacanza. Vicino al nostro campeggio c’era un centro per svedesi in vacanza, Riva del Sole mi pare si chiamasse, e naturalmente era un polo d’attrazione per tutti i maschi della zona, attratti dalle famose bellezze scandinave. Noi non eravamo da meno, se non altro perché lì c’era una sorta di discoteca e alla sera si poteva andare a ballare. Si doveva percorrere un tratto di strada provinciale a piedi, in fila indiana per non essere investiti dalle auto di passaggio, e ritornare per la stessa via a notte fonda e al buio. Senza i miei due cavalieri non avrei mai potuto andare da sola! Attenti e premurosi, mi guardavano a vista, e se da un lato la cosa mi faceva piacere e mi lusingava, dall’altro mi infastidiva perché gli altri ragazzi non osavano invitarmi a ballare, pensando fossi “fidanzata” con uno di loro. Dovevano sottostare al loro controllo prima di superare l’esame ed essere ammessi all’onore di poter danzare con me…
Quella sera c’eravamo tutti in quel bar, mamma e papà, fratelli, zia e zio, cugini veri e cugini acquisiti, una grande famiglia allargata riunita intorno ad un tavolino in un bar accaldato, in mezzo a toscani vocianti con C aspirate e altri stranieri con lingue incomprensibili ai più. Tutti insieme appassionatamente ad osservare due uomini per la prima volta sulla LUNA.
07.20.09
Su cortese richiesta… La Piera
La Piera è una signora che da venticinque anni veniva, due volte la settimana, a pulir casa al mio babbo, dopo che mamma morì. Fu lei che mi telefonò quel giorno a San Gimignano avvertendomi che il babbo non stava per niente bene, ed era perfino caduto dalla bicicletta, facendomi precipitare qui per vedere con i miei occhi come stavano le cose.
Era molto affezionata a mio padre, gli portava sempre qualche verdura del suo orto, qualche minestrone, qualche sugo, una torta, insomma lo accudiva anche nel mangiare. Lo sapeva solo, e anche se lui dimostrava di sapersi arrangiare, aveva nei suoi confronti queste piccole gentilezze che facevano dimenticare le sue mancanze e difetti. Come quello di parlare troppo.
Non nel senso di spettegolare, o parlare a sproposito, no, proprio nel senso di parlare molto, incessantemente, di qualunque cosa che le passi per la testa in quel momento.
Mio padre non lo sopportava, essendo anche una persona solitaria e piuttosto parco di parole, e le chiacchiere di questa gentile signora lo infastidivano proprio. Così fuggiva di casa, il giorno in cui sapeva ci sarebbe stata lei.
Piera viene dalla vicina Italia, a mezz’ora di auto da Lugano, appena al di là del confine. Arrivava con la corriera, il mattino presto, e si presentava alla porta verso le sette e mezzo del mattino. Mio padre, non che fosse proprio dormiglione, ma ormai con gli anni amava restare a letto un po’ più a lungo la mattina, non avendo altro impegno che vivere la sua giornata. Ma quel giorno si costringeva ad alzarsi prestissimo, non amando per pudore farsi trovare ancora in pigiama dalla gentile signora, e non appena lei suonava alla porta lui usciva, lasciandola padrona assoluta. Andava in città, si prendeva caffè e giornale al bar, una passeggiata sul lungolago, poi un aperitivo, e quando era sicuro che lei ormai avesse finito di accudire casa e fosse ripartita, rientrava.
Ora Piera viene a pulire casa mia. Ci siamo accordate per una volta ogni quindici giorni, di più non posso permettermelo, ma odiando fare le pulizie in casa cerco di concedermi questo “lusso” almeno due volte al mese.
Vuole molto bene anche a me, la Piera, mi conosce da sempre, e le ha fatto anche piacere potersi occupare ancora di questa casa, anche se io l’ho modificata, naturalmente. Le prime volte che veniva si commuoveva ancora, ricordando gli anni nei quali si era presa cura di papà.
Anche a me porta verdure, marmellate, minestroni, e anche con me parla, parla, parla. Ma dato che io sono più paziente di mio padre, e soprattutto non ho nessuna intenzione di alzarmi all’alba, la ascolto. Più o meno, insomma. Talvolta la mia mente va via, dico qualche sì… e certo… ma và… ma pensa… ha ragione… e la lascio parlare. Poi prendo la scusa che devo lavorare e mi chiudo in camera mia. A volte funziona, a volte no, lei mi segue, sa Ornella, mi dice, le dico ancora una cosa poi vado a lavorare… e via con i suoi racconti su nipoti, cognati, cugini, zie, persone che non conosco e di cui in fondo non mi importa nulla. Ma importano a lei, e così le dò retta.
Da qualche settimana abbiamo deciso, visto che oltretutto abbiamo la stessa età, di darci del “tu”. In questo paese dove la formalità la fa da padrona, dare del tu a qualcuno è considerato quasi un’offesa, e bisogna stare molto attenti a proporlo. Non come in Toscana, dove ti dà del tu perfino il benzinaio sull’autostrada che probabilmente non rivedrai mai più, e dove nei primi tempi mi sentivo un po’ a disagio nel contraccambiare.
Da un po’ di tempo Piera tentava di invitarmi a casa sua, per mostrarmi dove viveva, presentarmi la sua famiglia: marito, figlie, nipoti. Già con mio padre era partito l’invito, che lui ovviamente aveva sempre declinato con una scusa o l’altra. Con me ce l’ha fatta invece, e ieri mattina, inforcata la mia potente vettura, mi sono avviata all’incontro fissato.
Sapevo già dentro me che sarebbe stata una domenica difficile; bella da un lato, con il pranzo in giardino, la grigliata, il gelato, i nipotini intorno, ma dura dall’altro per le chiacchiere che mi avrebbero travolto. Mi ero preparata psicologicamente ad affrontare tutto ciò, chiedendomi come avrei fatto a tener duro per tutta la giornata, e dentro me avevo già deciso che me ne sarei venuta via presto con una scusa qualunque.
Non ero pronta invece alla bellezza del luogo. Casa sua è un po’ in alto sulla montagna, non molto, quel tanto che basta per avere una vista mozzafiato sulla città sottostante, sul lago e il golfo, sulla valle che si apre di fronte. La meteo ha contribuito alla bellezza della giornata, un freddo vento da nord il giorno prima aveva spazzato le ultime nubi del maltempo dei giorni precedenti, lasciando un cielo terso e azzurrissimo, con un sole caldo ma reso piacevole da una leggera brezza che veniva dal lago.
Il marito di Piera è più taciturno di lei, per fortuna, unico difetto non ha saputo formare una frase completa in italiano, parlava solo in dialetto. Che capisco, per fortuna, ma non parlo. Un po’ ansioso, soprattutto nei confronti dei due nipoti, per i quali sostituisce un po’ la figura paterna, essendo la figlia separata. Figlia che subito dopo mangiato è dovuta partire al lavoro, è infermiera in una casa per anziani, lasciando i nipoti alle cure dei nonni premurosi. Vivono nella stessa casa, loro sopra, lei sotto. L’altra sorella invece vive a mezz’ora da lì, e ieri non c’era.
I due nipoti, Luigi detto Gigi, quasi 5 anni, e Nicole, 13 anni, mi hanno guardato con curiosità: ero la “signora di Lugano” dalla quale la nonna andava ogni tanto a fare i mestieri, come si dice da queste parti. Sciolta la diffidenza iniziale, si sono dimostrati disponibili e affabili, e molto educati. La ragazzina soprattutto ha cercato un paio di volte di appartarsi con me per parlarmi senza l’invadenza della nonna o del fratellino, bisognosa di un confronto con una persona adulta diversa da quelle che si ritrova in casa. E’ intelligente e aperta, ma un po’ timorosa, grazie alle ansie della mamma e soprattutto dei nonni. Spero non le tarpino le ali ma le lascino trovare la sua strada.
Dopo il pranzo, semplice e gustoso, con le verdure fresche dell’orto e la torta fatta in casa, Piera ha voluto mostrarmi il piccolo paese dove vive e dov’è nata, una frazione della cittadina più grande sottostante. Lì in ogni casa abitava un parente: un fratello, un cugino, una cognata, una vecchia zia, un nipote…
Poi siamo scese a Porlezza, la città, e dopo aver attraversato le stradine della parte vecchia, abbiamo passeggiato sul lungolago che è stato rinnovato da poco ed è molto bello, anche perché non ci sono automobili che transitano come a Lugano. Arrivate in fondo ci siamo fermate in un bar con i tavolini all’aperto, Piera voleva offrirmi una bevanda, e naturalmente ha trovato subito qualche parente a cui ci siamo unite. A quel punto però mi ha presentato come “la sua amica di Lugano”, e devo ammettere che l’ho apprezzato. Non mi sento superiore a lei per il solo fatto che lei mi pulisce casa, e mi avrebbe infastidito se mi avesse presentato in quel modo.
Rientrate a casa sua, una breve sosta per raccogliere ancora qualche verdura dall’orto, che mi ha voluto dare, e me ne sono ripartita. Erano ormai le sei di sera, quasi non mi capacitavo di aver tenuto duro tutto quel tempo! Ma chiacchiere a parte, è stata una domenica gradevole per non dire proprio bella! Però arrivata a casa mia, quanto ho apprezzato il silenzio che vi regna!
07.15.09
Di madre in figlia
C’è questa cosa qui, questo passaggio, questo filo rosso che lega le generazioni, che passa di madre in figlia. Lo sento in modo fortissimo, l’ho sentito con mia mamma, con sua madre, mia nonna, e poi con le mie figlie. Ora la storia continua.
Con mia madre ero molto legata, forse troppo. Unica figlia femmina io, ci univa un amicizia fra donne, un legame sottinteso, questo condividere un’appartenenza che era solo nostra, che gli altri non potevano conoscere. Con lei avevo una confidenza che non ho mai avuto con altri, prima, e che oggi solo con poche e scelte amicizie ho. Lei mi confidava segreti, facendomi sentire speciale. Lei contava su di me, investendomi di un ruolo che forse non avrei voluto e che in un certo modo mi ha anche segnato. Lei era il mio modello, giusto o sbagliato che fosse, l’ammiravo e la temevo, la odiavo e la criticavo dentro me, la amavo alla follia.
Mi giudicava, mia madre, non le andavo bene com’ero e mi voleva sempre diversa. Io mi adattavo, cercavo di modellarmi sulle sue aspettative, soprattutto cercavo di non deluderla e non ferirla, mai. Troppo tardi ho capito che non era un bene, che avrei dovuto essere una figlia ribelle, capace di tenerle testa, comprendere che non sempre il troppo amore fa bene.
Ho pagato un caro prezzo per questa distrazione, questa mancanza di comprensione delle umane relazioni, ma ora tutto ciò è alle mie spalle. Sono andata avanti, sono riuscita a perdonarla, a capire i suoi errori e i miei, soprattutto mi sono presa la responsabilità di ciò che sono oggi.
Ci si domanda spesso quale sia il nostro scopo di vivere, il grande “perché” siamo venuti al mondo. Io credo che sia “crescere” ed elevarci ad uno stadio superiore della nostra coscienza. Per farlo abbiamo bisogno di comprendere i meccanismi che ci hanno fatto diventare ciò che siamo, e poi andare oltre. Quindi non perseverare in modalità errate, imparare dai nostri errori, cercare di migliorare sempre e soprattutto trasmettere a chi viene dopo di noi ciò che noi abbiamo appreso.
So per certo di aver trasmesso alle mie figlie insegnamenti e valori diversi da quelli che mi ha trasmesso mia madre, proprio perché ho capito i suoi errori ed ho evitato di ripeterli. Lo stesso faranno loro con i loro figli, imparando dai miei errori. E così via, in una catena infinita. E generazione dopo generazione, le figlie dopo le madri, ci sarà finalmente un mondo migliore, popolato da persone migliori.
07.07.09
Memoria
Quando i miei bambini erano piccoli, ogni tanto, come tutti i bambini del mondo, tentavano di combinare qualche marachella, pensando di non essere visti. La maggior parte delle volte però ciò non accadeva, con la coda dell’occhio o con quell’infallibile istinto che hanno le madri, li coglievo sempre in fragrante un attimo prima del fattaccio.
Alla loro inevitabile e piena di stupore infantile domanda “Ma come hai fatto a vedermi che eri girata dall’altra parte?” rispondevo che le mamme, insieme alla maternità ricevevano in dono un terzo occhio magico, posto sulla nuca, che si attivava solo in caso di pericolo e permetteva loro di vedere anche ciò che accadeva alle loro spalle. Ciò in genere li teneva buoni per un po’ di tempo, impressionati dalla magia.
Un giorno il più piccolo, particolarmente curioso, volle frugare fra i miei capelli per cercare questo magico occhio, e solo la mia arte di inventare favole mi salvò dall’ignominia!
Questa storia è uscita poco tempo fa nei discorsi con loro, durante la recente vacanza. E insieme a questa ci siamo messi a ricordare tante vicende del nostro, più o meno recente, passato.
Pensavo a questo quest’oggi mentre tornavo verso Lugano in autostrada, e osservavo le montagne e il lago e i pesanti nuvoloni neri che incombevano minacciosi. E ho sentito di amare questo luogo, questo lembo di terra stretto fra le montagne, incuneato come un imbuto in quella terra più grande che è il mio Paese, l’Italia.
E ho pensato che uno si sente dove nasce. Una volta di più ho sentito che questo è il mio luogo. e c’è come una memoria che sta dentro la testa, un terzo occhio magico che conserva la memoria dei luoghi, per sempre. Così quando ero lontana avevo nella mente la forma delle montagne che circondano la mia città, e le vedevo, uguali a se stesse, cose le vedevo da bambina e come le ho ritrovate ora. Rivedevo esattamente come le case improvvisamente si fermano a metà di quel monte, e come la linea della cremagliera taglia in due il resto del monte, come una ferita aperta sulla fronte; e quelle altre due montagne là in fondo, verso nord, che da una certa angolatura sembrano due mammelle, tonde e sode. Rivedevo il luccicore del lago nei giorni di sole, e di come quel ramo si prolunga verso est, sovrastato da alte e ripide montagne che rendono le sue coste poco praticabili. Da là in fondo in estate arrivano i temporali peggiori, quelli che fanno disastri, che allagano terrazzi e balconi e fanno un po’ paura. Da là in fondo, dall’Italia, arrivano anche tanti lavoratori giornalieri, con la corriera, che poi la sera rientrano a casa loro, alle loro famiglie.
Questo paese è tutto un rincorrersi di montagne, valli, laghi e fiumi, ed è tutto nella mia memoria. Ho dimenticato i nomi, talvolta devo prendere la carta geografica per ricollocare un paese al suo giusto posto, ma in generale non ho dimenticato nulla, tutto sta tornando.
Il mio terzo occhio sta funzionando a dovere.
07.03.09
Notizie
Notiziari alla radio e televisione svizzera di questi giorni:
Dei giovani studenti liceali di una cittadina vicino Zurigo, in gita scolastica a Monaco di Baviera, si sono divertiti a prendere a botte alcuni passanti. In particolare si sono accaniti su un poveraccio rendendolo quasi in fin di vita.
I medici dell’ospedale dove si trova ricoverato, asseriscono che ora è fuori pericolo, ma gli dovranno ricostruire completamente la faccia. Tutte le ossa del volto sono rotte e fuori posto.
Questi galantuomini erano noti alle autorità di polizia zurighesi in quanto violenti e attaccabrighe, e uno di loro aveva pure già una denuncia per aggressione. Il padre di uno di loro si è scusato con le vittime del pestaggio.
Ora io mi chiedo, a parte le scuse, ma questi genitori dov’erano? Dov’erano quando i loro figli iniziavano a manifestare atti di violenza? Perché non è che uno diventa violento e aggressivo così, da un giorno con l’altro. Probabilmente inizia con il tormentare gli animali, ragni, topolini e uccelli, cani e gatti, e tutto ciò che si muove intorno a lui. Poi passerà a fare dispetti ai compagni di scuola, in particolare alle bambine immagino, diventando il classico “bullo”. E i genitori, niente? non si sono accorti di nulla? Gli insegnanti? Non avranno convocato i genitori a scuola per informarli della pericolosa violenza in aumento nel loro figlio? Non mi capacito!
Altra notizia:
In città il centro culturale islamico attuale è stato chiuso. Non per niente, solo in quanto il proprietario dei locali ha bisogno degli spazi per altri usi. Così i musulmani sono alla ricerca di un nuovo spazio, e sembravano averlo trovato in una palazzina posta proprio di fronte alla sede del partito leghista (sì, anche qui abbiamo i leghisti, la Lega dei Ticinesi, che non ha nulla da invidiare a quella più italica). Quelli si sono un attimo allarmati, e vorrei ben vedere… che gli vadano a pregare con il Muezzin proprio di fronte a casa loro, è un po’ troppo! Ma non sono scesi in piazza, non hanno preso manganelli e idranti, non hanno legiferato decreti di espulsione o altre leggi ad hoc. No, si sono limitati ad asserire che se gli islamici vogliono un loro centro in quella via, devono farne richiesta regolare al Comune, passando per le vie legislative.
Intanto, nell’attesa che vengano compiuti i passi necessari ad ottenere le autorizzazioni, il Comune ha messo a loro disposizione per la preghiera del venerdì lo spazio cittadino dove si tengono le fiere e altre manifestazioni.
Come dire, non è proprio una Moschea, ma per il momento potete accontentarvi.

