04.27.09
No-espresso
Mi piace George Clooney, come credo alla maggior parte delle donne, giovani o meno che siano. Ha una bella faccia “da schiaffi” che in genere a noi femminucce piace assai, il capello ora brizzolato, lo sguardo profondo ma scherzoso, la bocca che fa venire pensieri lussuriosi, e… vabbè, basta così.
Al di là della simpatia per lui però, non amo l’oggetto del desiderio che da un po’ di tempo reclamizza. Rimango fedele alla vecchia caffettiera, se non proprio alla “napoletana” che ormai è quasi più un oggetto da museo che d’uso quotidiano, comunque alla più moderna moka.
Il caffè mi piace caldo, caldissimo, appena uscito dalla caffettiera, profumato e bollente. Le prime macchine per il caffè che sono uscite in commercio, nelle quali ancora si doveva mettere il caffè in polvere come in quelle del bar, il caffè non usciva mai bello caldo bollente come piace a me. Alcune amiche avevano queste macchine, e per me era una sofferenza farmi offrire un caffè da loro.
Poi hanno inventato queste di oggi, più moderne, con le cialde, di varie marche una migliore dell’altra. Il caffè è buono, direi buonissimo, non ha niente da invidiare a quello del bar o di casa propria, è caldo al punto giusto, e anche il sapore è gradevole. Ma… restano queste cialde. In genere sono di plastica o in alluminio, e dopo la fuoriuscita del caffè restano tristemente in un cassettino sul fondo della macchina, da dove vengono in seguito gettate nell’immondizia. Non vengono recuperate, e soprattutto NON SONO RICICLABILI.
Vi figurate quante migliaia di queste capsule usate finiscono nell’immondizia oggigiorno? Quante persone hanno cambiato le loro abitudini, passando dalla vecchia caffettiera moka ad una più moderna, pulita, pratica macchinetta con le cialde? Di sicuro è più comodo estrarre una di queste pastiglie dalla sua confezione, infilarla nel suo buchetto sulla macchina, e dopo poco vedere uscire il liquido marrone scuro e caldo pronto da bere. Vuoi mettere invece con la polvere che si sparge dappertutto? Con la moka che poi si deve svitare, svuotare il filtro, sciacquare, asciugare… Ma come la mettiamo con l’ecologia?

04.24.09
Dilemma
La mia coscienza civile mi impone di prestare attenzione al mondo intorno a me, e alle scelte che faccio. Così evito di comprare prodotti della Nestlé per esempio, o la Coca-Cola, e guardo le etichette di fabbricazione degli abiti, scarpe e borse che acquisto.
Il problema si pone quando si è poveri, perché non ci si può permettere di pagare un paio di jeans 300 euro, una camicetta 150, un paio di scarpe altrettanto. Invece di entrare in una boutique, si va nei centri commerciali, o nei grandi magazzini che ormai sono divenuti internazionali e si trovano un po’ ovunque con lo stesso nome. Negozi e magazzini che rendono le città tutte un po’ uguali fra loro, così che chi va a visitare New York piuttosto che Parigi o Praga, nel centro città ha l’impressione di trovarsi a casa sua.
A parte questo, acquistando in questi magazzini dove l’abbigliamento ha un costo un po’ più “normale” e accettabile per chi arriva a fatica a fine mese, non si può tanto fare i difficili con la provenienza della merce esposta. Guardando le etichette si legge “made in Cina” piuttosto che “made in Korea”, e a quel punto sorge di dilemma. Lo compro ugualmente sapendo che probabilmente è stato cucito da mani di bambini, o da adulti sottopagati e sfruttati?
In genere rinuncio, non voglio sentirmi parte di un meccanismo perverso e sfruttatore, non voglio alimentare la corruzione e lo sfruttamento di chi è più povero di me. Ma la difficoltà sta poi nel trovare ciò che mi interessa acquistare, ciò che mi serve, ad un prezzo accessibile. Perché se è fatto in Italia, in Europa, o negli States, si è più tranquilli sulla sua provenienza ma il costo è troppo alto per alcune economie, se si vuole risparmiare non si può prescindere dalla provenienza dubbia e dalla manifattura sospetta.
A quel punto che fare?
04.22.09
Berna
Berna è una città gotica. E’ la capitale della Svizzera, e penso non ci sia bisogno di specificarlo.

Io la amo molto, e la conosco anche bene, avendoci trascorso più di un’estate di vacanze da bambina, con tutta una frotta di cugini.
Vi ho trascorso anche sei mesi di lavoro, a vent’anni, e allora vivevo in una stanza in affitto, proprio di fronte all’ufficio dove lavoravo. Un bellissimo periodo, molto denso ma anche di nuove amicizie e relazioni, scoperte anche di me stessa e delle mie capacità.
Il ricordo più vivo che ho di quel periodo è la facilità di parlare più lingue durante la stessa giornata: in casa i proprietari dell’appartamento erano francesi, e quindi con loro parlavo in francese. Poi in ufficio con le mie colleghe parlavo tedesco, ma io mi occupavo dei clienti italiani e spagnoli, e quindi erano queste le lingue che dovevo usare con loro. Fuori dall’ufficio naturalmente si parlava tedesco, ma se passavo a salutare zia e cugini era di nuovo l’italiano a farla da padrone. Un bel miscuglio, una babele, nella quale mi districavo a meraviglia! Ho sempre avuto passione per le lingue straniere, e facilità nell’apprenderle.
Così quando venerdì scorso ho lasciato Narcisa a Basilea e ho ripreso il treno per recarmi a Berna dall’altra zia, non ho avuto problemi a comunicare con nessuno.
Mia cugina è venuta a prendermi alla fermata dell’autobus, che ora non arriva più fino davanti a casa loro, e arrivate davanti a casa ho trovato la zia che mi aspettava fremente sulla porta, con il suo bastone per camminare. Un po’ più piccola, un po’ più magra, un po’ più tremolante sulle sue deboli gambe, ma sempre lucida, vispa e con il suo bel caratterino volitivo. Mi ha stretto in un grande abbraccio, e io mi sono sentita di nuovo a casa. 
Perché quella è anche un po’ casa mia, e loro sono un po’ la mia seconda famiglia. Zia è la sorella maggiore di mia mamma, la prima di quattro, e ora l’unica vivente ormai. Ha cresciuto otto figli, e ha sempre lavorato anche fuori casa, con un’attività sua.
Mia cugina vive al piano inferiore della casa, e si occupa anche della mamma, dove lei non arriva più, ma talvolta anticipando anche ciò che lei potrebbe ancora fare. Con il suo carattere volitivo zia un po’ scalpita, tenta di fare da sé, senza che la figlia se ne accorga, e l’altra poi la sgrida, ed è tutto un rincorrersi così fra l’una e l’altra… una che vuole fare, l’altra che vorrebbe, piccole incomprensioni e sopportazioni e intolleranze, inevitabili al punto in cui sono.
Poi c’è il nipotino, anzi il bis-nipote per zia, Lorenzo, o Lorenz come lo chiamano loro in tedesco. Il papà è austriaco, la mamma è la figlia di mia cugina, e in due non fanno 50 anni. Lei studia ancora, sta finendo l’ultimo anno e il prossimo inverno avrà da preparare la tesi. Lui invece ora lavora, è ingegnere, ma con una faccia da bambino che fa impressione. Lorenzo è dolcissimo, biondo che più non si può, tre anni il prossimo maggio, e parla solo tedesco (anzi, bernese per l’esattezza). Ci siamo amati subito, io in carenza di nipotino, lui non so perché ma mi ha preso in simpatia. Parlavamo a gesti, e ci capivamo benissimo.
Sabato siamo andati mia cugina, io e il bimbo, sulla montagna? collina? alle spalle della nostra casa. Berna è situata sull’altipiano, e il quartiere dove vivono loro è sui fianchi di una collina che sembra una montagna, il Gurten. Si può salire a piedi oppure con una comoda funicolare. In cima c’è un bel ristorante con varie sale, anche una self service con una zona per i bambini, e tanti giochi all’esterno. 
Un trenino elettrico su cui si può salire, le macchinine che vanno per un franco venti minuti, un’enorme costruzione con scale, scivoli, corde, passaggi segreti, liane a cui appendersi che farebbero l’invidia di Tarzan. E poi prati infiniti, sentieri, spazi verdi a perdita d’occhio. In inverno se nevica abbastanza si può anche sciare, con un piccolo skilift per bambini. 
Scendendo dal Gurten il panorama è stupendo: 
Più tardi nel pomeriggio sono passati a prendermi mio cugino Francesco e sua moglie Emilia, per un tè a casa loro. Emilia è spagnola, di Barcellona, e si sono conosciuti là mentre mio cugino studiava architettura in quella città. Hanno due figlie, ora adulte. Quando ero ragazzina ero innamorata di questo cugino, uno dei tanti, forse per la sua ironia che ancora possiede. Sa sempre scherzare e fare la battuta al momento giusto, ma con gentilezza e appunto ironia, mai con cattiveria. Spiritoso al punto giusto. E’ anche un gran bel ragazzo, anzi uomo ormai, visto che è più grande di me. Anche invecchiando ha mantenuto il suo charme inalterato. Abbiamo preso il tè sul loro grande terrazzo, vivono in uno splendido attico che hanno arredato con molto buon gusto, e non poteva essere altrimenti con lui architetto e lei creatrice di gioielli!
Domenica invece il marito di mia cugina ci ha portate tutte e tre sul lago di Thun, uno splendido luogo di villeggiature ai piedi delle alpi bernesi famose come la Jungfrau, il Monch, l’Eiger, che fanno da corona alla città. Lì abbiamo preso un tè nel ristorante-castello dove zia aveva festeggiato i suoi 80 anni, ormai ben 14 anni fa! 
Alla fine una bella foto ricordo, e poi tutti a casa.
La sera ultime chiacchiere, e la mattina dopo era giunto già il momento di lasciarci. Ma Berna non è il Canada, e la strada ormai la so a memoria: tornerò.
04.21.09
Basilea
Ho attraversato le Alpi come Annibale, ma senza gli elefanti.
Ho attraversato le Alpi passando dentro di loro, attraverso con il treno profonde, buie, gelide, maleodoranti gallerie scavate dall’uomo.
Ho attraversato le Alpi e la Svizzera, dall’estremo Sud all’estremo Nord. Non che ci voglia molto, a far questo, la Svizzera non è l’America, né l’Italia se per questo. In treno ci vogliono quattro ore, da Lugano a Basilea, all’estremo nord del paese.
Ho attraversato la Svizzera e le Alpi per andare a trovare Narcisa, per vedere con i miei occhi dove fosse finita questa mia vecchia zia, che ha dovuto abbandonare il suo appartamento e le sue abitudini quotidiane per scambiarle con le regole e i limiti di una stanza in una casa per anziani.
La casa è bella, piccola, una vecchia palazzina nel cuore della città, a due passi dalla stazione principale di Basilea. Ci sono andata con il tram, due fermate appena, perché non sapevo bene dove fosse la via, ma poi al ritorno me la sono fatta a piedi.
Entrando si ha l’impressione di entrare in un résidence, con la réception da un lato, una fila di cassette per la posta individuale dall’altro, e in mezzo l’ascensore per i tre piani. Lei sta al terzo, camera 311. Fuori dalle porte di ogni camera, la targhetta con il nome dell’occupante e una sua fotografia. Così ci si fa subito un’idea di chi vive in quel luogo, che faccia ha, simpatica, sorridente, seria, compunta; ma c’è chi ha preferito mettere una fotografia del suo cane, o di una serie di ciotoli di fiume. Scelte.
La camera di Narcisa è ora tutto il suo mondo, per metà ha l’aria di tutti le camere di ospedale, per l’altra metà ricorda il suo soggiorno: ha potuto portarci un bel comò, una libreria con sopra la televisione, i suoi CD di musica, e tante fotografie appese alle pareti, dei suoi figli e nipoti. Tutta la sua vita raccolta lì, in pochi metri quadrati. 
Subito ho pensato alla mia bella casa, a come mi ci sento bene dentro, a quanto la amo, e mi si è stretto il cuore al pensiero che un giorno forse anch’io non potrò più starci, e vi dovrò rinunciare per una semplice stanza. Pensiero insostenibile ora per me, che ho cacciato velocemente dalla mente. So che resterà lì latente, potenzialmente pericoloso, e starà solo a me sfruttarlo a mio favore, usandolo come deterrente contro la pigrizia che fa indebolire i muscoli, per cercare di restare in buona salute il più possibile.
Narcisa poi mi ha voluto mostrare tutta la casa, camminando piano con il girello e accompagnandomi piano per piano mi ha mostrato la caffetteria dove ci siamo bevute un caffè (svizzero, naturalmente, niente a che vedere con il nostro espresso!) e scambiato due parole con altre due ospiti della casa. 
Poi mi ha mostrato la sala mensa, al momento vuota, con i tavolini da quattro o sei posti già apparecchiati per la cena, ognuno il suo posto con il tovagliolo a segnare il nome; la cappella, dove un pastore viene ogni giorno a portare una parola di conforto e di fede, siano essi cattolici, protestanti o di altra fede. Accanto c’è il salone di parrucchiere, dove prendendo appuntamento le belle e anziane signore possono farsi acconciare i capelli, e gli uomini tagliare e regolare barba e capelli. Infine siamo tornate nella sua stanza, che dispone anche una bella terrazza dove lei va a fumarsi le immancabili sigarette. Da lì ho potuto vedere il famoso giardino, dove si potrebbe andare a prendere il fresco e fare due passi, peccato che è dotato di scale sulle quali le carrozzelle non possono passare. Una grave pecca, per una casa per anziani dove la maggior parte degli ospiti non cammina più senza questi aiuti.

Dice che ciò che le manca di più è non poter più uscire appunto, non poter andare ogni tanto in centro a bersi un buon espresso, le ho promesso che la prossima volta andrò a trovarla con l’auto, così la porterò fuori a fare un giro e bere il caffè. Delle sue origini italiane questa è la cosa che più ha conservato, il caffè espresso all’italiana, che lei teneramente chiamava “sporcato” invece che “macchiato”, quando era più giovane. Ma anche la passione per la politica, per la dialettica tutta italiana dei dibattiti. Ai tempi seguiva tutte le trasmissioni di “Tribuna politica” alla televisione italiana. Forse non capiva nemmeno tutto ciò di cui si discuteva, ma le piaceva sentire il tono delle voci, il modo di parlare. Le ricordava forse le sue origini.
L’altra cosa che le manca è il non avere nessuno con cui poter parlare, relazionarsi con gli altri ospiti della casa, tutti o molto vecchi o ormai “via” con la testa, persi in un loro mondo misterioso. Lei ha lavorato tutta la vita, era ciò che oggi si definirebbe una “donna-manager”, ha cresciuto tre figli da sola, separandosi molto presto dal marito di origini russe, e tenendo in casa anche la madre e una zia “single”, due care vecchiette che passavano il loro tempo fra ricami, ricette di cucina e litigate fra di loro, gelose com’erano una dell’altra. Narcisa ha quindi sempre lavorato fuori casa, era dirigente in una società di lavoro interinale, una società molto importante svizzera, quando in Italia ancora non si parlava di questo genere di lavoro; quando è andata in pensione l’hanno richiamata, per istruire le persone che l’avrebbero poi sostituita, e ha continuato a prestare la sua opera ancora per molti anni. Ora soffre di questa limitatezza, questo far passare le ore fra insulsi programmi televisivi, un caffè nemmeno troppo buono e una sigaretta sul balcone, aspettando l’ora di cena o di dormire. Per fortuna ogni tanto uno dei figli (l’unico che vive vicino) o la nuora, o la nipote riescono a trovare del tempo per passare a trovarla, per un saluto più o meno veloce, e qualche volta la vanno a prendere per un pranzo in famiglia. Poco forse, troppo poco, ma è meglio di niente. E poi ci sono le telefonate quotidiane con la cugina, la zia di Berna, immancabili e confortanti. Fra vecchiette ci si capisce!
04.17.09
Freddo
Ieri ha piovuto tutto il giorno.
Stamani al mio risveglio le montagne dietro casa mia erano nuovamente ricoperte di neve. Solo lassù in alto, dove restavano ancora resti delle precedenti nevicate, grandi macchie bianche sul marrone delle rocce e dei prati ancora secchi. Ora sono nuovamente tutte bianche, candide, immacolate.
Fa di nuovo freddo, ieri 10°, hanno riacceso i riscaldamenti e io sto al calduccio nella mia bella casa confortevole.
Penso a tutte quelle povere persone che invece sono al freddo, dentro tende di fortuna, o peggio furgoni e automobili, e non posso fare a meno di sentirmi molto fortunata.
04.13.09
Padri e figli
Lei si era appena alzata e, ancora con indosso la vestaglia, si stava gustando la prima sigaretta e il primo caffè della giornata, nella solitudine della sua cucina. Gli altri due dormivano ancora al piano di sopra, solo il resto della tribù, i due cani e i tre gatti, le facevano compagnia.
Quando sente bussare alla porta non riesce nemmeno ad immaginare chi possa essere a quell’ora mattutina, e in quella piccola frazione fuori mano dove vivono ora. Così il suo stupore è grande quando alla porta trova due poliziotti in divisa, che cercano il figlio del suo compagno. Dicono che devono portarlo in centrale per degli accertamenti, e dopo averlo svegliato se lo portano via.
Il padre li raggiunge in centrale poco dopo, rimuginando tra sé e sé cosa altro avrà combinato questo figlio disastrato e oramai ingestibile. Alla centrale di polizia viene messo al corrente: con altri sbandati come lui, qualche giorno prima aveva partecipato ad una rissa in città, in un luogo notoriamente mal frequentato, e la persona percossa aveva sporto denuncia. Era stato riconosciuto grazie alle cassette di registrazione visionate, e pertanto chiamato a rispondere della rissa. Essendo ancora minorenne la cosa non aveva avuto conseguenze più di tanto, così più tardi se l’era potuto riportare a casa.
La solita ramanzina, le giustificazioni del figlio che tentava di ributtare la colpa ad altri, le minacce di regole e divieti che naturalmente non sarebbero stati poi seguiti più di tanto. Una cosa però gli impone, che una volta giunti a casa si sarebbe scusato con lei; in fondo quella era casa sua, loro erano in qualche modo ospiti lì, e perlomeno le scuse per il brusco risveglio le erano dovute.
Il ragazzo invece reagisce male, dice che “a quella là” lui non avrebbe chiesto scusa, che non aveva da chiedere scusa di nulla, e con un tono piuttosto aggressivo, come suo solito. Purtroppo lei era nell’altra stanza, e aveva sentito. Così quando più tardi nella giornata gli aveva dato il solito passaggio in auto, invece di accompagnarlo fino in città come faceva di solito, l’aveva lasciato al paese vicino dicendogli di prendere pure il trenino per arrivare fino in centro. Lei si limitava ad accompagnarlo lì. Una sorta di punizione, insomma.
Ma lui l’aveva presa male, invece di capire che lo sbaglio era suo, prendersi la propria responsabilità, e a quel punto scusarsi veramente con lei, era sceso tutto arrabbiato, e una volta giunto in città per dispetto era andato a cercare la sua auto sul luogo di lavoro e le aveva sgonfiato due gomme. Poi era sparito.
La sera per rientrare a casa lei aveva dovuto chiedere aiuto a sua madre, e poi al suo compagno, smuovendo mezzo mondo per rimettere in sesto la propria automobile.
Quando passate diverse ore non hanno visto il ragazzo rientrare a casa, hanno iniziato a telefonare ad amici e parenti, ma senza risultato alcuno. Nessuno sapeva dove fosse finito. Così il padre il giorno dopo, non vedendolo ancora tornare, si era deciso a denunciarne la scomparsa alle autorità. Anche perché il ragazzo è comunque sotto tutore, e lui ne ha la responsabilità e deve avvertire di ogni cambiamento di residenza.
Dieci giorni è stato via, prima di decidersi a tornare a casa. Punizione? Macchè. L’unico cambiamento è stato mettergli una televisione in camera e relegarlo lì, invece che permettergli di monopolizzare il soggiorno e la televisione grande.
Un destino ormai segnato, il suo. Se avrà fortuna troverà forse un lavoro, riuscirà a guadagnarsi qualcosa, se sarà ancora più fortunato incontrerà qualcuno che gli insegnerà che si può vivere anche in un altro modo, che nella vita ci sono regole e limiti da rispettare, che per avere qualcosa bisogna lottare e guadagnarselo, che nessuno ti regala niente. Se non avrà fortuna invece, vivrà di espedienti, fino a che vivrà. Sempre che non finisca con un ago infilato in un braccio sotto qualche ponte.
Non è un racconto. Ogni riferimento a persone e fatti è assolutamente reale.
04.11.09
Tempi che cambiano
Oggi sono andata in centro (in “città” come ancora uso dire, in ricordo di quando qui pascolavano le mucche dietro casa e andando per spese si diceva, appunto, “andare in città”) per un paio di commissioni ma arrivata nel cuore cittadino ho trovato bancarelle e mercatini, e le stradine del centro invase da miriadi di turisti in giro a gustarsi la tiepida giornata primaverile. Così mi sono resa conto che in effetti domani è Pasqua e che sono arrivati i turisti.
In casa nostra non si è mai festeggiato più di tanto questa festività, non ricordo capretti o agnelli arrosto, né tanto meno enormi uova di cioccolato con sorprese più o meno deludenti. Piuttosto mamma aveva instaurato la simpatica tradizione dei cestini del Coniglio Pasquale nascosti in giro per casa, che noi bambini dovevamo cercare e scoprire al nostro risveglio la mattina. Ed era tutto un correre qua e là in giro per casa, sbirciando sotto un armadio, dietro una tenda, sotto i cuscini del divano… tanta era la fantasia di mamma. Chi trovava, era suo, naturalmente, così era veramente una corsa frenetica per arraffare il più possibile. Poi con calma iniziavano i baratti e gli scambi: se mi dai quell’ovetto con le caramelle ti dò un pezzo del mio coniglio di cioccolato…
Per il resto, non ricordo grandi pranzi con parenti o festeggiamenti particolari. Però quando ancora credevo in qualcosa, forse con l’innocenza della gioventù, ricordo l’emozione della mattina di Pasqua sentendo finalmente le campane suonare nuovamente, inondando il cielo di quel suono che allora mi pareva meraviglioso ed emozionante. Bisogna anche dire che allora le campane erano vere, e non finti suoni registrati come ora, freddi e impersonali.
In questo periodo poi a mamma veniva la voglia di rinnovare casa. Le grandi pulizie erano di prammatica, naturalmente, e se appena c’era qualche soldo in più compariva anche qualcosa di nuovo: una nuova tenda, un centrino sul tavolino, le nappine sulle manopole degli armadi, piccoli abbellimenti che la soddisfacevano regalandole un po’ di gioia in più.
Un’altra abitudine di quel periodo era la sua mania di comprarmi qualche vestito nuovo. Così il sabato si partiva per Ponte Tresa e il suo famoso mercato, in Italia. Ci sono tornata tempo fa, e un po’ sono rimasta delusa: me lo ricordavo enorme, grandissimo…. scherzi dell’età! Quando si è piccoli tutto sembra grande, poi una volta adulti, chissà perché, le cose si ridimensionano.
Ad ogni modo, quello era il periodo dei “tailleur”. Mamma voleva a tutti i costi comprarmi un tailleur. Adesso sei grande, mi diceva, devi iniziare a vestirti bene, prendiamo un tailleur. Cosa che io odiavo, abituata com’ero a pantaloni e magliette, prediligendo già allora abiti comodi e pratici piuttosto che eleganti ma scomodi. Così si girava per bancarelle, prova questo, prova quello, alla fine me ne tornavo a casa con un completo beige o azzurrino, elegante senza dubbio, ma così poco “mio”! Naturalmente questo abbigliamento era poi riservato per le occasioni speciali, la domenica per andare alla Messa, le feste comandate, non certo per andare a scuola o al lavoro.
Al mercato si compravano anche altre cose, le scarpe prima di tutto, che in Italia erano sempre più belle, di migliore qualità e meno costose. E poi il vino per papà, il pollo (non la carne in genere, solo il pollo, chissà perché), frutta e verdura sicuramente perché sarà stata meno costosa, e i giornali. Il problema poi era transitare per la dogana senza essere costrette a pagare il dazio doganale. Mamma era geniale in questo, e in fondo in fondo si divertiva come una matta a farla franca. Si vantava di avere una faccia di bronzo con i doganieri, faceva i suoi occhi da cerbiatta innocente e con grande faccia tosta sentenziava “niente da dichiarare” sorridendo suadente al povero doganiere ignaro.
Se qualche volta papà ci accompagnava in queste trasferte, al contrario erano guai. Perché lui poverino non sapeva proprio mentire, men che meno fingere, e si faceva immancabilmente scoprire. Avvicinandoci alla frontiera mamma iniziava a istruirlo: mi raccomando, fai finta di niente, non guardarlo in faccia, dì solo che non abbiamo niente…mi raccomando”!
Lui annuiva, diceva di sì, stai tranquilla, ma poi arrivando il fatidico momento, non riusciva proprio a fingere, e diceva sì, abbiamo qualcosina… con fare incerto. Al che il doganiere ci intimava di aprire il baule per vedere cosa fosse questa “qualcosina”. Un teatro, un cinema ogni volta! Con mamma che poi si arrabbiava e gli faceva la predica! Ma poi alla fine ci si faceva tutti una grande risata, perché per noi tutto era come un gioco.
La cosa più bella
è sentire l’amore vero che lega i miei figli fra di loro.
Lo sento nelle loro parole, nel desiderio di aiutarsi, nel piacere di vedersi, anche nelle parole non dette. Lo leggo nei loro occhi, nei loro pensieri.
Tutto questo mi rallegra, anzi di più, mi dà una sensazione di calore dentro, una pace interiore, perché so che anche quando io non ci sarò più, l’amore in loro continuerà ad esistere. Al di là di tutto ciò che li aspetta nella vita, delle persone che hanno già incontrato o che ancora devono incontrare lungo il loro cammino, al di là di tutto l’amore fra di loro resterà.
Ne sono sicura, e saperlo mi fa stare bene.
04.06.09
Spreco di risorse
Da un lato si continua a sprecare l’acqua, lavando spazi che non ne avrebbero bisogno…

Dall’altro impiegando quattro persone dove ne basterebbe una o due…

04.04.09
Viola
Viola è una violoncellista. E che altro poteva essere con un nome così profetico?
L’ho conosciuta a San Gimignano, quando, oltre ad altre cose, prestavo il mio tempo come segretaria alla scuola di musica per un paio di giorni a settimana. Un lavoro (se così si può definire) bellissimo, non tanto per il lavoro in sé ma per i rapporti che si sono venuti a creare.
Intanto mi piaceva questo essere immersa nella musica: dalla stanza dove era situata la segreteria sentivo suonare il pianoforte da un lato, un flauto dall’altro, la chitarra sopra la mia testa, sempre che non ci fosse la batteria nella stanza cosiddetta “insonorizzata”, ma che lasciava trasparire comunque i suoni anche se in maniera ovattata.
Poi mi piaceva vedere tutti questi bambini impegnarsi in una disciplina artistica, la serietà con la quale affrontavano le lezioni, le prove per i saggi, per i concerti che ogni tanto si organizzavano. Ma anche i giochi nel salone, le burle agli insegnanti, i disegni che tappezzavano le varie stanze, piccoli doni di allievi affezionati.
Gli insegnanti poi erano, anzi sono, tutti giovani ragazzi dai 20 ai 30 circa, che mi hanno subito preso a benvolere, dandomi tanto affetto, allegria e simpatia.
Fra questi un giorno arriva Viola, fresca insegnante di violoncello, che per soli due allievi una volta a settimana si faceva il viaggio da Fiesole a San Gimignano. L’ho presa subito in simpatia, forse perché da subito ho notato una forte rassomiglianza con mia figlia Giulia: gli stessi occhi neri e profondi, i capelli neri, lunghi e lisci, lo sguardo diretto e franco che ti fissa costantemente mentre le parli. Una bella ragazza, limpida e con una bella energia. Lei deve aver sentito questa mia immediata simpatia perché mi ha “adottato” come referente della scuola, e quando era incerta su qualche prassi da seguire era sempre a me che si rivolgeva.
A giugno di quell’anno quando la scuola chiuse i battenti per le vacanze estive, sapevo che si sarebbe dovuta recare in America per un tour di concerti per i quali era stata selezionata in un’orchestra. Poi a luglio io venni qui per le vicende che mi capitarono, e di lei non seppi più nulla.
Lo scorso autunno un tardo pomeriggio rientravo a casa in auto quando con la coda dell’occhio noto una ragazza con una custodia da violoncello sulle spalle che cammina sul marciapiede in senso inverso a me. “Ma quella è Viola!” mi sono detta con mio grande stupore. Mi era sembrata proprio lei, anche se non l’avevo vista bene in volto, concentrata sulla guida com’ero. E poi mi sembrava impossibile, che ci faceva a Lugano se fosse stata lei?
Il primo impulso è stato quello di fermarmi e chiamarla, ma ero nel mezzo del traffico, i semafori neanche a farlo apposta erano verdi e non potevo proprio fermarmi in quel punto. Così lei da un lato, io dall’altro ci siamo allontanate. E io ho allontanato il pensiero nella mia mente, ma in un qualche angolino Viola è rimasta e ogni tanto mi chiedevo chissà dov’è finita.
Qualche tempo dopo questo fatto, una sera mia cugina mi propone di andare a sentire un concerto che si tiene nell’aula magna del Conservatorio di Lugano. Visto che oltretutto queste serate sono ad ingresso libero, ho accettato volentieri, e mentre seduta in sala aspettavo che iniziasse, mi guardo in giro fra la folla, e in mezzo ad una moltitudine di studenti, vedo Viola.
E’ proprio lei, questa volta ne sono sicura. Così mi avvicino, mi faccio riconoscere, e stupite entrambe di vederci reciprocamente in quel luogo, ci abbracciamo. Mi spiega che è qui per un master di due anni, sul violoncello barocco. Il concerto sta per iniziare, così ci scambiamo velocemente i numeri di cellulare con la promessa di vederci una sera per due chiacchiere davanti ad una pizza e una birra.
Cosa che è avvenuta ieri sera, finalmente. E ho trascorso una bellissima serata, chiacchierando con questa giovane e splendida ragazza di 27 anni come se fosse una vecchia amica di sempre. Ora ho una nuova perla coltivata nella mia collana di amicizie.